
○ Visto da Francesca Strangis ○

Come nel mito di Arianna e Teseo, un filo – o meglio un velo – rosso unisce indissolubilmente le due protagoniste di Mother Mary di David Lowery.
La pop star che dà il nome al film (Anne Hathaway) ha bisogno di un vestito che la rappresenti per il suo ritorno sulle scene dopo un misterioso incidente; implorante, si reca quindi da Sam Anselm (Michaela Coel), stilista con cui in passato coltivava un profondo legame di amicizia e di collaborazione artistica. La casa-laboratorio che ospita la creazione dell’abito diventa uno spazio liminale in cui le due donne, in totale isolamento dal mondo esterno, si mettono a nudo, rivangano il passato e, addentrandosi insieme nelle stanze dei ricordi, diventano esse stesse spettatrici della messinscena della loro storia.
L’esclusione di Sam dalla vita personale e artistica di Mother Mary causa in lei la nascita di un odio talmente vivo e potente da manifestarsi materialmente nella figura-fantasma di un velo rosso, nato dal suo sangue e in grado di penetrare nel corpo dell’altra. Il sentimento che dovrebbe reggere il film, però, se vivacemente raffigurato a livello visivo, non risulta altrettanto solido nella scrittura, la quale opta per astrazioni e allusioni che rendono ostica la comprensione dei veri scopi delle protagoniste. E se Mother Mary, nel mezzo di una delle tante discussioni con Sam, dichiara che “queste metafore sono estenuanti”, la frase diventa tristemente il manifesto di una sceneggiatura che accumula parole su parole fino a soffocare qualsiasi emozione.
I tanti simboli che percorrono il film – talvolta legati alla religione cristiana, talvolta alla stregoneria – sono giustapposti senza un criterio e privati di qualsiasi significato, scelti più per coerenza con una certa “estetica A24” che per un reale intento autoriale. Perfino l’icona pop Mother Mary (che rimanda inevitabilmente a Taylor Swift, Beyoncé e Lady Gaga) finisce col rappresentare solo sé stessa, chiudendo le porte a una riflessione potenzialmente interessante sullo statuto della celebrità contemporanea. A tal proposito, i momenti musicali risultano troppo puliti e glamour per restituire il lato oscuro dell’industria musicale. Pur accennando alla stanchezza fisica della cantante, logorata dall’ennesima data di un tour mondiale, il regista non interroga le implicazioni sottese allo sfruttamento dell’immagine di una star, facendo coincidere banalmente l’esaurimento nervoso di Mother Mary con l’odio di un’amica abbandonata e non con il peso di un sistema profondamente malato.
“This is not a ghost story”, recita la tagline del film. Forse sarebbe stato meglio concentrarsi sull’aspetto paranormale, perché Lowery si rivela incapace di rappresentare tanto i traumi psicologici dei suoi personaggi, quanto il lato oscuro dell’industria musicale. E come Mother Mary viene infine svuotata dallo spirito misterioso, anche lo spettatore porta a casa il vuoto di un film che risulta un puro esercizio di forma.


