
○ Visto da Dina Aghaei ○

Quanto è possibile raccontare la storia di un mito come il Re del Pop, Michael Jackson, senza confrontarsi davvero con le contraddizioni e le complessità che ne hanno plasmato l’immagine?
Michael è un classico biopic diretto da Antoine Fuqua e prodotto da Graham King, già produttore di Bohemian Rhapsody (2018). Il film ripercorre l’infanzia di Michael Jackson e gli anni trascorsi nei Jackson 5, sotto il controllo di un padre estremamente severo. Il racconto si interrompe nel 1988 con il tour di Bad, senza spingersi oltre questa fase della sua vita, ma lasciando intendere una possibile continuazione attraverso la scritta finale “His Story Continues”, nonostante un sequel non sia stato ufficialmente confermato.
Sebbene le possibilità per raccontare la storia di una figura complessa come Michael Jackson siano molteplici, il film adotta uno sguardo celebrativo, che guarda al pubblico dei fan e finisce per costruire una dimensione nostalgica e rassicurante, piuttosto che confrontarsi con le contraddizioni, le controversie e le difficoltà che hanno segnato la figura pubblica dell’artista soprattutto negli anni successivi. Questa scelta riduce il personaggio a un’icona poco problematizzata e a una rappresentazione quasi agiografica sacrificando proprio quelle ambiguità che renderebbero il racconto più autentico e cinematograficamente interessante.
L’attenzione si concentra principalmente sull’infanzia negata, i conflitti con il padre e il progressivo distacco dalla famiglia, fino alla decisione di intraprendere un percorso artistico autonomo. Tuttavia, anche il contesto familiare rimane poco approfondito: i fratelli e le sorelle restano figure prive di un reale sviluppo drammaturgico, utilizzate come sfondo funzionale alla mitizzazione del protagonista piuttosto che come personaggi dotati di autonomia narrativa. In particolare, i Jackson 5, pur essendo fondamentali nella nascita del fenomeno pop, risultano marginali e non restituiscono appieno né il loro contributo musicale né la complessità del rapporto con Michael.
Tra i punti di forza del film, le interpretazioni di Jaafar Jackson e di Juliano Valdi, che interpreta Michael da bambino: entrambi riescono a incarnare la figura dell’artista con precisione, restituendone i movimenti, la presenza scenica e persino la voce nelle diverse fasi della vita.Un elemento fondamentale del film è l’insistenza sui riferimenti a Neverland e alla figura di Peter Pan, in un racconto che suggerisce come l’infanzia negata abbia spinto Michael Jackson a costruire un proprio spazio immaginario e fiabesco. Allo stesso tempo, emerge una tensione costante tra un’infanzia mai vissuta e una maturità imposta: da un lato un “adulto-bambino”, dall’altro la necessità di confrontarsi con un mondo che lo richiede adulto per realizzare il proprio destino artistico. Non è casuale che il film si conclude con Bad, simbolo della sua dichiarazione d’indipendenza.


