
○ Visto da Dina Aghaei ○

Il primo lungometraggio di Kane Parsons, Backrooms, nasce dai suoi precedenti cortometraggi intrisi dell’immaginario della creepypasta e diffusi in rete. Di questi esperimenti dalla forma breve, il film conserva l’idea originaria: trascinare lo spettatore dentro uno spazio surreale e apparentemente infinito, fatto di stanze, corridoi e appartamenti che si ripetono senza fine. Ogni ambiente sembra la copia dell’altro, ma con delle variazioni abbastanza piccole da renderlo riconoscibile e al tempo stesso abbastanza evidenti da trasformarlo in qualcosa di diverso e di inquietante.
Se i cortometraggi si basavano sul footage girato in prima persona all’interno di questi labirinti, nel lungometraggio Parsons aggiunge una dimensione psicologica ai personaggi: un’intuizione interessante, ma non del tutto riuscita. Dopo aver abdicato ai propri progetti di vita e aver rivisto le sue aspirazioni da architetto, Clark (Chiwetel Ejiofor) cerca di superare la separazione dalla compagna grazie al supporto di Mary (Renate Reinsve), una giovane psicologa. Non potendo tornare a casa, si trova a vivere nel negozio di mobili in cui lavora, e dove scopre un passaggio attraverso un muro del seminterrato.
Oltre il muro, Clark si trova in uno spazio enorme e labirintico dominato da una luce gialla: un luogo che funziona come metafora del suo inconscio, dove tutto viene riprodotto e ricordato in modo familiare e leggermente distorto. Questa deformazione del familiare, almeno visivamente, può ricordare le immagini generate dall’intelligenza artificiale: non tanto per il tema del film, quanto per il modo in cui il reale appare ricostruito con piccoli errori. Alcune presenze all’interno delle backrooms sembrano infatti versioni imperfette dell’umano, con dettagli anatomici ripetuti o fuori posto (dita in eccesso, occhi duplicati, lineamenti quasi corretti ma sbagliati, come accade nelle immagini prodotte dalle intelligenze artificiali generative meno avanzate). Tutto appare riconoscibile, ma mai davvero naturale, come una copia della realtà incapace di restituirne pienamente la vita.
A rendere Backrooms efficace è soprattutto la costruzione visiva. Le inquadrature larghe non liberano i personaggi ma li schiacciano e i corpi – intrappolati in una geometria immensa e soffocante – sembrano compressi tra i soffitti bassi e i pavimenti infiniti. La fotografia mostra spazi ampi e allo stesso tempo li fa percepire come una prigione, creando così quel senso di straniamento che risulta l’elemento più riuscito del film: una claustrofobia prodotta non dalla mancanza di spazio, ma dal suo eccesso.
Nonostante i suoi punti di forza, il film porta con sé i difetti di molti lungometraggi sviluppati a partire da corti precedenti: il problema non è la durata in sé, ma la difficoltà di ampliare un’intuizione nata per funzionare in pochi minuti all’interno di una struttura narrativa più estesa e, pur conservando una forza concettuale e visiva evidente, il film non sempre riesce a sostenerla sul piano della scrittura. La sceneggiatura appare a tratti fragile, con dialoghi troppo espliciti e didascalici, che annullano il fascino dell’ambiguità e del mistero. D’altra parte, alcune questioni fondamentali rimangono sospese, più come zone narrative non approfondite che non come misteri aperti.
Quando Parsons lascia parlare l’architettura e l’immagine, il film trova la sua forma migliore, mentre quando prova a dare un ordine psicologico e narrativo al trauma, Backrooms perde parte della sua potenza, restando così un’opera imperfetta ma magnetica, più forte come esperienza sensoriale che come racconto compiuto.


