
○ Visto da Ludovico Franco ○

Secondo Žižek – passando per Lacan -, una fantasia realizzata ha un nome preciso: si chiama incubo. Obsession sviluppa questo assunto con una struttura narrativa semplice, ma non priva di programmaticità: Bear è innamorato della sua amica Nikki e, imbattutosi per caso in un negozio di cianfrusaglie new age, affida la soluzione delle sue pene al bastoncino della fortuna “One Wish Willow”. Quando lo spezza, il desiderio si realizza all’istante e nel modo più letterale possibile: gli basta chiedere che Nikki lo ami più di ogni altra cosa al mondo per ritrovarsela costantemente al suo fianco. Ma quel desiderio ideale diventa presto un incubo reale.
Nell’America dei sogni preconfezionati, esprimere un desiderio è una richiesta che va esaudita all’istante, un “input” artificiale e senza umanità. La versione “output” di Nikki è quindi spersonalizzata, come se l’oggetto magico l’avesse rimodellata nel modo più testuale (e meno contestuale) possibile. Il regista Curry Barker, classe 1999, viene dal web e, giocando con i topos della sua generazione come le relazioni tossiche, dirige le immagini come se fossero generate da una qualche IA. Ma questa logica generativa non riguarda tanto il linguaggio filmico o l’estetica visuale, quanto la donna stessa, riscrivibile come oggetto.
Bear non vuole rinunciare alla compagna ideale che lo ama senza limiti, pur terrorizzato dai suoi raptus di violenza improvvisa. La donna è in fondo un’invenzione che sfugge al controllo maschile, così che il corpo di Nikki, ormai separato dal soggetto originario, diventa una gabbia e una macchina di morte. D’altronde, la scissione del sé e la possessione sono temi molto presenti nell’horror contemporaneo. Basti pensare al recente La mummia di Lee Cronin, in cui il corpo non rimanda più al sé, ma alla paura del guardarsi senza riconoscersi.
Anche il visibile – fuori e dentro l’inquadratura – sfugge al controllo del protagonista: Bear non riesce a vedere bene la donna che abita e si nasconde agli angoli dello schermo, si rintana nel buio e tiene fisso lo sguardo su di lui. L’identità scissa e schizofrenica di Nikki è un duplice straniamento che si ripercuote sulla forma del film, che è sia un horror cruento, sia una storia d’amore – anzi, il suo ribaltamento angosciante – dai risvolti ironici (il prefinale sembra chiudere una commedia del rimatrimonio).
Esprimere desideri con un dispositivo spersonalizzante può essere molto pericoloso, specie se a farlo è un ragazzo ingenuo e frustrato. Bear non ama davvero Nikki così com’è, incapace di accettare l’altro se non come riflesso del suo desiderio. Insomma, vuole un personaggio e non una persona. La ragazza innamorata è solo un risultato automatico, un’illusione che si concretizza per incarnare il sogno maschile. Proprio per il suo essere troppo reale, la figura femminile diventa un eccesso osceno, quindi perturbante. Dunque, se Nikki è una proiezione, Bear non è forse l’ennesimo spettatore narcisista che crede a un miraggio virtuale? Morto lo spettatore, finisce il film.
V.M. 14


