
○ Visto da Ludovico Franco ○

Avere vent’anni: Il diavolo veste Prada 2
Cosa significa ritornare a Il diavolo veste Prada vent’anni dopo? Promessa nostalgica di un ritorno al passato o adattamento al presente? L’attesissimo sequel deve fare necessariamente i conti con il tempo trascorso, ma riesce a superarlo o si limita a voler dialogare con tutte le tare dei consumi sviluppati in due decenni?
Uscito un anno prima dell’avvento degli iPhone, il primo capitolo era ambientato in un contesto in cui l’editoria era davvero sovrana e tangibile, così come la moda e le sue riviste patinate. E ora? Il film si apre con il licenziamento di Andy (Anne Hathaway, fin troppo sorridente per rimanere disoccupata), ora giornalista “impegnata” che ha un po’ imparato a vestirsi: in mancanza di fondi, accetta la proposta di tornare a lavorare per «Runway» e salvare la redazione dalla cancel culture, dai meme su Twitter e da uno stupido miliardario.
Lo dice Nigel (Stanley Tucci): siamo digitali, streamable, contenuti usa e getta che la gente scrolla mentre fa pipì. Il film del 2006 è stato digerito dalla cultura di massa in frammenti – che non aspirano a ricomporsi – fatti di battute taglienti, scene entrate nella mitologia pop e abiti sgargianti. Cosa ne resta, nel 2026? Forse soltanto dei pezzi, perché anche il Diavolo veste Prada (1) è oggi un film fruibile nelle sue parti accattivanti, da citare e rivedere a piccole dosi, magari su TikTok. Se Nigel lamenta nostalgicamente i mutamenti tra moda ed editoria, è al cinema che si pensa, arrivando fino all’AI.
Perciò Il diavolo veste Prada 2 non poteva che fare dello scrolling e della passerella le sue forme linguistiche privilegiate: zoom frenetici su volti noti, camei e sfilate gratuite di divi e star prêt-à-porter (Robert Altman docet), con l’obiettivo di invitare lo spettatore a puntare il dito verso lo schermo per riconoscerli e passare al successivo. La storia? Quasi non esiste, confusa e rocambolesca trama che sfalda il suo tessuto da tutte le parti, senza ricucirlo. Un vuoto di senso gravitante attorno allo scorrere continuo di must have, dialoghi esangui e snodi narrativi paratattici.
Dei vent’anni trascorsi la traccia è palpabile nelle battute, riflessi delle ultime ossessioni neoliberiste: la dieta di Ozempic, il glow up, i carboidrati o la falsa democratizzazione dei marchi di lusso. Per non parlare delle assunzioni “diversity” e dell’onnipresenza del tanto temuto politically correct, che ha introdotto la censura negli uffici di Runway, impedendo a Miranda (Meryl Streep) di lanciare cappotti sulle segretarie. Il suo personaggio delude le aspettative, spento e privo delle cattiverie che l’avevano reso celebre. Ora è soltanto l’anticamera della fragilità, più vendor che visionaria.
Anche gli altri sono personaggi in cerca di una sala che, “indeboliti” dalla digitalizzazione e dal calo dei lettori, non possono più vivere solo nello spazio epico del racconto. «Tu sei iconica», dice Andy a Emily Blunt nel finale, tra accenni metatestuali e un uso consunto del termine. L’eterna retorica della crisi colpisce un film incapace di aggiornarsi davvero, di guardare oltre, come vorrebbe Miranda. Il diavolo non graffia e non punge più, ma fa l’eco. Non resta che ri-indossare quel maglioncino ceruleo, ormai infeltrito e senza maniche, forse comprato su Vinted invece che da Oscar de la Renta.


